
Replicano i listini azionari o qualunque altra cosa su cui è possibile investire: oro, argento, indici obbligazionari o prezzi del petrolio. Tutto è lecito per gli Etf, acronimo della parola inglese Exchange Traded Funds, strumenti finanziari che stanno conquistando investitori italiani e internazionali, spodestando i più tradizionali fondi comuni d'investimento.
Da quest'anno al 2011, la società di consulenza americana Boston consulting group (Bcg) stima un aumento del 30% circa l'anno a livello mondiale dei patrimoni gestiti in fondi-cloni. Al momento, sulla base di recenti previsioni della banca d'affari americana
Morgan Stanley (report del 7 novembre), il denaro investito in Etf ammonta a 745 miliardi di dollari.
L'exploit di Milano In particolare a Piazza Affari, secondo i consulenti di Bcg, nel quadriennio 2002-2006 gli strumenti finanziari che replicano gli indici (non solo Etf, introdotti in Italia nel 2002, ma anche fondi azionari e obbligazionari passivi) hanno registrato una crescita annuale composta (Cagr) delle masse gestite pari al
142 per cento. Inoltre, i 187 Etf quotati attualmente sul listino milanese hanno visto incrementare il controvalore degli scambi di quasi il 50 per cento, passando dai 17,5 miliardi di euro del 2006 ai 25,8 miliardi di quest'anno (gennaio-ottobre 2007). Il clone più scambiato nel 2007 è stato il
Lyxor DJ Eurostoxx 50 (Societe Generale): il controvalore registrato (dati al 30 ottobre) è stato di quasi 3,7 miliardi di euro. Americani campioni di Etf Lyxor Asset Management, assieme agli Etf Ishares di Barclays Global Investors (Bgi), si colloca ai primi posti in Europa nel settore. Ma è Bgi che detiene lo scettro a livello internazionale con 382 miliardi di dollari di masse, seguita da State Street Global Advisors.
Da segnalare che sono gli investitori Usa i più innamorati del prodotto. Negli Stati Uniti, a fine settembre, i patrimoni gestiti superavano i 530 miliardi di dollari contro i 125 miliardi (sempre in dollari) dell'Europa e i 38 del Giappone.
Sforbiciata ai costi. A monte di tale «innamoramento finanziario» vi sono di certo i bassi costi. Niente gestori da pagare e dunque commissioni meno onerose. Nel report elaborato dall'analista di Morgan Stanley, Deborah Fuhr, emerge che le commissioni totali annue degli Etf oscillano fra 0,07% e 1,11% contro una forchetta ben più larga dei fondi tradizionali (0,39%–1,91%). A Milano, i «cloni» hanno costi annui tra 0,16% e 0,9 per cento.
Altri motivi del successo. A sostenere la crescita, secondo Fuhr, vi sarebbero altre cause. Tra queste, il costante aumento del numero di Etf nei portafogli degli investitori istituzionali (fondi pensione, banche, compagnie): l'anno scorso erano 2.200 e il numero è destinato a crescere. Scelta agevolata dalla miriade di prodotti specializzati che sono di volta in volta lanciati dalle principali società del settore. Gli investitori istituzionali hanno, però, le competenze interne per valutare pro e contro: gli Etf, come qualunque altro strumento finanziario, non sono immuni da rischi. Da qui la necessaria attenzione dei risparmiatori al momento dell'acquisto. Sui mercati non ci sono regali. Neanche a Natale.
Dal Sole24Ore
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